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Franco- E.Costantino - Allo' Proposte

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GALLERIA "IMMAGINA"
FRANCO SPACCIA

Tutto si può dire di "Francos", Franco Spaccia meno che sia sprovvisto di "grinta", indispensabile dote per emergere in una giungla urbana come quella in cui viviamo, in cui un vero esercito di "artisti" (per lo più modesti dilettanti ma prepotentemente velleitari) non risparmiano gomitate a destra e sinistra, ricorrendo spesso ai sistemi più disonesti allo scopo di emergere dal formicolante grigiore generale.
In un ambiente simile, un artista come Spaccia (che dimostra di avere un'autentica sensibilità) si muove con accorto attivismo: dopo aver trascorso in Francia (presso il pittore François) un periodo di apprendistato, vive ora a Roma "centro del potere", dopo essersi fatto notare in numerose manifestazioni artistiche (collettive e personali) in Italia e all''estero, raccogliendo dovunque lusinghieri successi. Mi sembra anche titolo di merito l'aver fondato un'associazione culturale (NATURALIA. ARTE CULTURA AMBIENTE) che vanta importanti adesioni. Come artista, inoltre, estende il suo campo di attività alla scultura, alla fotografia e alla scenografa, dimostrando un ampio ventaglio di interessi.
Ma veniamo alla sua pittura, esposta in modo permanente nella Galleria IMMAGINA (in via dei Quintili 65a).
Per parlarne, converrà porre attenzione separatamente almeno a due periodi della sua attività. Da un lato troviamo opere che si riallacciano al periodo francese ("MoulinRouge", poniamo) che propongono di Parigi un'immagine evanescente ma volatile, vibrante: un mondo trascorso, "fin de siecle", spumeggiante, felice e superficiale; un mondo in declino che prima del diluvio decide di godere freneticamente, dissolutamente, le sue ultime ore (anche se si tratta di un'idea letteraria che in realtà andrebbe rivista meglio). A un certo momento c'è la frattura. Spaccia sembra scoprire d'un tratto il dramma della nostra epoca, lo scollamento tra natura e cultura, tra i ritmi umani e quelli della macchina. È ormai il diluvio: la follia sadomasochista di una civiltà che sembra programmata per autodistruggersi lo colpisce profondamente. Le sue "spiagge" sono frante da onde nere, che portano a riva relitti freschi del consumismo, e un cielo denso di fosche nubi non promette nulla di buono...
Un altro aspetto dell'attività dell'artista è quello delle figure: appaiono come visoni, in gruppo: ora sirene aleggianti, sognate, quasi espressioni stesse della parete (sembrano sussurrare, tremolanti, forse sul punto di scomparire come sono venute); ora streghe ghignanti, perverse, figlie di incubi notturni. Qui Spaccia dimostra di aver assimilato la lezione dell'espressionismo non tanto tedesco quanto nordico (Nolde, Ensor...). In sostanza, quest'artista si muove tra due universi contrapposti ma inscindibili: da un lato la frivolezza e la "leggerezza" come espressione di un mondo sul filo dell'abisso e ormai puro ricordo, ectoplasma; dall'altro la dura, cruda consapevolezza che il "tempo delle mele" è perduto (per sempre?) e siamo immersi armai nel tempo dei rifiuti, degli scarti che presto o tardi ci sommergeranno. A meno che (finalmente) la verità, nella sua tragica evidenza distruttiva, non costringa l'umanità a togliersi i tappi dalle orecchie.
Edoardo Costantino
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